QUANDO IL GINOCCHIO FA CRACK: LA LESIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE

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Il ginocchio è un articolazione che presenta una biomeccanica  complessa. Il suo corretto funzionamento dipende da quattro legamenti primari, ma anche da numerosi muscoli, tendini e legamenti secondari.

la stabilità antero- posteriore è data dal LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE e dal LEGAMENTO CROCIATO POSTERIORE; come suggerisce il loro nome questi legamenti decorrono e si incrociano all’interno dell’articolazione femoro-tibiale.

CAUSE DI LESIONE LEGAMENTOSA:

Le lesioni legamento a livello del LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE sono sempre consequenziali ad una distorsione articolare, la quale può a sua volta essere:

  • DISTORSIONE TRAUMATICA: comprende tutti i traumi da contatto (calcio,rugby,incidenti stradali, ecc.)
  • DISTORSIONE ATRAUMATICA: causata da repentini cambi di direzione (sci, calcio, basket, ecc.)

Possono inoltre esistere fattori predisponenti come:

  • Lassità capsulo-legamentosa
  • Terreni sconnessi o calzature inadeguate all’attività svolta
  • Squilibri muscolari fra Quadricipite e Flessori del ginocchio.

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SINTOMI:

  • DOLORE, CALORE, GONFIORE(prime 48/72 H dall’evento distorsivo)
  • DIFFICOLTA’ NELLA DEAMBULAZIONE
  • SENSAZIONE DI INSTABILITA’:soprattutto nel far le scale ed accovacciarsi.

VALUTAZIONE DIAGNOSTICA:

  • TEST CLINICI:Lachman, Jerk test, Lelli
  • RISONANZA MAGNETICA

TRATTAMENTO: QUANDO OPERARE???

La scelta sul tipo di terapia( Conservativa o Chirurgica) deve tener conto di numerosi elementi:

  • ETA’
  • GRADO DI LESIONE DEL LEGAMENTO e presenza di lesioni associate (Menischi, altre lesioni legamentose)
  • SPORT PRATICATO/ ATTIVITA’ LAVORATIVA SVOLTA

TIPOLOGIE DI INTERVENTO:

Sono essenzialmente 3:

-Ricostruzione con tendini del semitendinoso (ST) e gracile (GR) autologo;
-Ricostruzione con tendine rotuleo autologo;
-Ricostruzione con allograft (tendine da donatore).

RIABILITAZIONE E TEMPI DI RECUPERO:

A seconda del tipo di tecnica utilizzata e della possibile associazione di altre procedure (sutura meniscale, trapianto meniscale, riparazione della cartilagine, ricostruzione di altri legamenti) alla ricostruzione di LCA viene consigliato o meno un tutore nel post-operatorio. Quasi sempre l’uso di stampelle viene protratto per circa 4 settimane.

Lavori sedentari possono essere ripresi dopo circa 3 settimane, mentre è necessario attendere dai 2 ai 3 mesi per riprendere lavori pesanti.

La riabilitazione inizia già in seconda giornata, mentre si protrae mediamente per 6 mesi, alternando fisioterapia , palestra e piscina. Una volta recuperata l’articolarità, la forza e la coordinazione muscolare si può ricominciare l’attività sportiva sul campo.

Vi lascio con un bellissimo video esplicativo prodotto da un mio paziente e riguardante tutte le fasi riabilitative dal primo al sesto mese.

DIEGO MARUTTI

Dott. in Fisioterapia

Dott in Scienze Motorie

Formazione in Osteopatia

LA TENDINITE ROTULEA: DEFINIZIONE,CAUSE E RIMEDI

xpatellartendonitis-211x300-jpg-pagespeed-ic-mobkocxexeDefinizione:

La tendinite è un’infiammazione a carico di un tendine e nella maggior parte delle volte è causata da sollecitazioni ripetute nel tempo che comportano una progressiva alterazione di queste strutture.

La Tendinite Rotulea:

Il tendine rotuleo collega la parte inferiore della rotula (distale) alla porzione prossimale della tibia ed è la prosecuzione del tendine quadricipitale; la sua funzione è quella di trasmettere la forza del muscolo quadricipite alla tibia e di estendere il ginocchio. Questa struttura è frequentemente interessata da processi infiammatori e i soggetti più a rischio sono gli sportivi che praticano sport di lancio come pallavolo, basket, calcio, tennis, in cui si ha una stimolazione continua e spesso improvvisa del tendine; questa patologia può spesso interessare anche persone che trascorrono molte ore in macchina come gli autotrasportatori.

Sintomi della tendinite rotulea:

-Dolore localizzato a livello della parte bassa della rotula che aumenta con lo sforzo e in particolare a seguito di salti e movimenti ripetuti; il dolore, se non trattato, può diventare sempre più frequente fino a comparire anche a riposo.

-Gonfiore, rossore, calore

-Difficoltà nell’estendere la gamba.

Trattamento:

Diagnosticata la tendinite, è necessario sospendere l’attività fisica per un periodo programmato a seconda del sintomo; in fase acuta vengono somministrati anti-infiammatori non steroidei (FANS) e nelle prime 24-48 ore è inoltre consigliata l’applicazione di una borsa di ghiaccio più volte al giorno per 10-15 minuti.

Fin dai primi giorni può essere fatto uno stretching dei muscoli posteriori della coscia (ischiocrurali), mentre gli esercizi di potenziamento della gamba interessata possono essere iniziati appena il dolore si riduce e solo dopo aver consultato il medico. Per favorire la guarigione dalla tendinite del ginocchio, il medico può prescrivere terapie accessorie come Onde d’urto, Laserterapia, ipertermia, e sopratutto Tecar.

Normalmente una tendinite al ginocchio si risolve nel giro di qualche settimana. Il ricorso all’intervento chirurgico è piuttosto raro e limitato ai casi in cui la tendinite cronicizza senza rispondere adeguatamente al trattamento riabilitativo. L’intervento chirurgico viene eseguito in artroscopia e prevede l’incisione di una specifica zona del tendine che ne stimolerà la rigenerazione spontanea.

DIEGO MARUTTI

DOTT. IN FISIOTERAPIA

DOTT. IN SCIENZE MOTORIE

FORMAZIONE IN OSTEOPATIA

L’IMPORTANZA DELLE SCARPE DA RUNNING: CONSIGLI PER L’USO

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Le scarpe running sono la scelta più importante che un corridore deve effettuare, pertanto fra i tanti modelli disponibili sul mercato, è fondamentale individuare quello in grado di adattarsi al meglio alle tue caratteristiche ed al tuo modo di correre.

Innanzitutto ti sarà utile sapere che le scarpe da corsa si dividono solitamente in 7 categorie principali:

1. Minimaliste A0
Scarpe estremamente leggere, generalmente pesano dai 150/300 gr e sono progettate per favorire il movimento naturale delle articolazioni del piede. Garantiscono una posizione biomeccanica ottimale del piede e contribuiscono a correggere alcuni problemi di postura.

2. Superleggere A1
Pesano meno di 250 gr. e sono indicate per gare e allenamenti a ritmo sostenuto grazie alle doti di flessibilità e ritorno elastico. Consigliate a runner veloci e leggeri senza problemi di appoggio.

3. Intermedie A2
Modelli di peso compreso tra 240 e 295 gr. che garantiscono in generale un buon livello di ammortizzamento. Utilizzabili in allenamenti veloci o in gare dal ritmo moderato, possono presentare leggeri stablizzatori mediali per il controllo della pronazione.

4. Massimo ammortizzamento A3
Calzature dal peso che supera i 300 gr. in grado di offrire il massimo comfort grazie all’elevato potere ammortizzante. Molto diffuse come scarpe da allenamento, sono normalmente utilizzate da runner con appoggio neutro o supinato o da chi usa plantari personalizzati.

5. Stabili A4
Scarpe create appositamente per correggere i problemi di eccessiva pronazione, pesano generalmente oltre i 300 gr. e garantiscono ottime doti di sostegno, protezione e stabilità. Consigliate per pronatori e atleti pesanti.

6. Trail Running A5
Scarpe di peso leggero, molto traspiranti e spesso impermeabili, con suole specifiche per affrontare tracciati sconnessi e di montagna, in grado di assorbire al meglio gli impatti con il terreno e garantire la massima tenuta in discesa e in frenata.

7. Chiodate – Specialistiche A8
Questa categoria include i modelli da campestre e quelli utilizzati nelle diverse specialità su pista. Caratterizzati da volumi e pesi ridotti e da chiodi sull’avampiede (6mm; 9,5 mm, 12 mm) a seconda dell’utilizzo.

E’ anche importante ricordare che  le scarpe da running non sono eterne, anche se molti sportivi le ritengono tali solo “perché non si rompono”. Mediando i consigli degli esperti, si può sostenere che la relazione fra durata di una scarpa e la sua tipologia sia attualmente la seguente:

A1 – da 150 a 300 km
A2 – da 250 a 500 km
A3/A4 – da 500 a 1.000 km.

Quindi la durata di una scarpa da running non può superare i 1.000 km. Questa distanza si può convenzionalmente assumere come distanza critica: è una distanza massima che può ulteriormente diminuire in particolari circostanze.

Tomaia, suola, intersuola – I sistemi di ammortizzamento e i materiali impiegati dalle aziende leader permettono oggi di dire che se uno dei tre componenti esterni della scarpa si degrada troppo presto, il modello è decisamente sbagliato rispetto al runner. In altri termini, se la tomaia si fora, se dopo 100-200 km l’intersuola non è più reattiva o se il battistrada è decisamente usurato prima della distanza critica, dovete probabilmente rivolgervi a un altro tipo di scarpa.

I materiali con cui sono costruite le scarpe possono essere meccanicamente molto resistenti, ma termicamente lasciano un po’ a desiderare. Il poliuretano è sensibile alle basse temperature, mentre il gel alle alte. Idealmente la temperatura della scarpa dovrebbe stare fra i 5 e i 25 °C, ma, anche se il runner osserva questo intervallo, non si può essere certi che lo stoccaggio nei magazzini prima della vendita non abbia fatto danni. Per questo motivo vecchi modelli dati in offerta possono essere molto più “rischiosi” di modelli appena usciti sul mercato.

Lavaggio e asciugatura – L’impiego della scarpa d’inverno o d’estate in genere non è particolarmente stressante perché raramente si corre con temperature veramente critiche (sotto zero o sopra i 35 °C); di solito è più stressante il lavaggio. Le scarpe andrebbero lavate a mano con acqua fredda e fatte asciugare a temperatura ambiente, semmai in luogo ventilato. Il lavaggio in lavatrice (anche a 30 °C) è sconsigliato (soprattutto se segue un’asciugatura vicino a fonti di calore non sufficientemente schermate) e andrebbe utilizzato solo dopo la fine della vita come scarpa da running, per utilizzarla in seguito come normale scarpa da passeggio.

Sovrappeso – Il sovrappeso dell’atleta (IMC superiore a 22 per gli uomini e a 20 per le donne) accorcia la vita della scarpa almeno di un 20%. Poiché gran parte dei runner amatoriali è in sovrappeso, ben si comprende come la distanza critica debba essere sovente ridimensionata. Nota: in realtà si dovrebbe considerare il peso dell’atleta relativamente al numero utilizzato. Infatti a parità di peso sono fortunati i runner che usano numeri più alti, cioè hanno piedi più grandi!

Scarpe da gara – Le scarpe da gara (superleggere o intermedie) subiscono un notevole ridimensionamento della durata. Oltre a perdere il potere ammortizzante, decadono velocemente come prestazioni, tanto che dopo 500 km l’atleta può perdere fino a 2-3″/km, 20-30″ su un 10000 m.

BUONA CORSA A TUTTI I RUNNER AMATORIALI E I PRO CHE LEGGERANNO L’ARTICOLO!!!

DIEGO MARUTTI

DOTT.IN FISIOTERAPIA

DOTT.IN SCIENZE MOTORIE

FORMAZIONE IN OSTEOPATIA

OSTEOPATIA E SPORT: ”QUANDO MIGLIORARE IL MOVIMENTO AIUTA A VINCERE”

 

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‘’C’è un evidente rapporto tra il movimento e la salute’’ (A.T.Still)

Negli ultimi anni la figura dell’ Osteopata è entrata prepotentemente negli staff di molte squadre sportive  e non. Moltissimi atleti professionisti e non in tutto il mondo e in tutti gli sport si avvalgono di trattamenti osteopatici.

Lo scopo di questo articolo è di spiegare in poche righe l’utilità dell’ Osteopata al servizio dello sport.

L’Osteopata in equipe con fisioterapista e preparatore atletico, può supportare l’atleta di qualsiasi livello e categoria per:

Prevenzione degli infortuni.
-Supporto in un gran numero di patologie dello sport.
-Miglioramento performance e rendimento.
-Preparazione alle competizioni.

La manipolazione osteopatica, attraverso tecniche dolci riduce le tensioni e gli attriti  migliorando gli scorrimenti delle fasce muscolari e prevenendone l’usura.

Un sistema che si muove meglio diventa più efficiente ed economico durante l’esecuzione dell’attività sportiva.

Articolazioni  riescono a sopportare meglio carichi di lavoro intensi migliorando i tempi di recupero a parità di sforzo.

A  questo scopo il trattamento osteopatico risulta particolarmente indicato negli stati dolorosi, che sono la conseguenza di squilibri posturali non ancora evoluti in una vera e propria sindrome, quindi ancora recuperabili velocemente:
I dolori alla schiena possono peggiorare, se non trattati preventivamente, in protrusioni, sciatalgie ed ernie lombari.
Un’infiammazione a livello cervicale può evolvere in ernia cervicale, torcicollo e/o cefalea.
Difficoltà digestive possono condurre a gastriti, sindrome da reflusso, colon irritabile

Patologie da sport
Il trattamento osteopatico è indicato come terapia di supporto in tutte le più frequenti patologie in ambito sportivo: distorsioni, stiramenti, contratture, pubalgie, tendiniti, epicondiliti, strappi muscolari.

In cosa consiste il trattamento?

L’ Osteopata dopo un’attenta anamnesi esegue test Ortopedici, Posturali, Neurologici ed Osteopatici con il fine di individuare la causa prioritaria di Disfunzione.

Successivamente con tecniche di manipolazione ad alta velocità (thrust), tecniche manuali su muscoli-articolazioni, tecniche viscerali e fluidiche elimina i blocchi alla base delle problematiche posturali del soggetto.

Infine può insegnare all’atleta degli esercizi specifici per mantenere e migliorare i risultati ottenuti con il trattamento.

DIEGO MARUTTI

DOTT. IN FISIOTERAPIA

DOTT. IN SCIENZE MOTORIE

FORMAZIONE IN OSTEOPATIA

 

 

LE LESIONI MUSCOLARI NELLO SPORT

Italian defender Giorgio Chiellini (R) i

Le lesioni muscolari sono tra gli eventi traumatici più frequenti nella pratica sportiva agonistica e amatoriale(tra il 10 ed il 30% di tutti i traumi da sport).

Non è facile considerare una classificazione univoca delle lesioni muscolari, poiché vi sono doversi criteri che devono essere presi in considerazione.

CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI 
Lesioni muscolari da trauma diretto:implicano l’esistenza di una forza agente direttamente dall’esterno (Contusioni ecc.).
Lesioni muscolari da trauma indiretto: chiamano in causa forze lesive intrinseche, che si sviluppano nell’ambito del muscolo stesso o dell’apparato locomotore.

CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA DIRETTO
1. lesione muscolare di grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
2. lesione muscolare di grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
3. lesione muscolare di grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.

2. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA INDIRETTO:

1. Contrattura.
Si manifesta con dolore muscolare che insorge quasi sempre a distanza dall’attività sportiva, con una latenza variabile (dopo qualche ora o il giorno dopo), mal localizzato e in assenza di lesioni anatomiche evidenziabili macroscopicamente o al microscopio ottico (criterio anatomo patologico).

2. Stiramento.
È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l’attività sportiva, il più delle volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l’attività, pur non comportando necessariamente un’impotenza funzionale immediata, e del quale conserva un preciso ricordo anamnestico (criteri anamnestico e sintomatologico). La conseguenza sul piano clinico è rappresentata dall’ipertono del muscolo, accompagnato da dolore.

3. Strappo.
Si manifesta con dolore acuto, violento che compare durante l’attività sportiva, attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari. Lo strappo muscolare è sempre accompagnato da uno stravaso ematico, più o meno evidente a seconda dell’entità e della localizzazione della lesione e dall’integrità o meno delle fasce. La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato (criterio anatomo-patologico) e comprende:
strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all’interno di un fascio muscolare, ma non dell’intero fascio;
strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto;
strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto e che può essere distinta in parziale (lacerazione imponente, ma incompleta della sezione del muscolo) o totale (lacerazione dell’intero ventre muscolare).

RIABILITAZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI

Il trattamento riabilitativo dell’atleta infortunato ha lo scopo di:

1) limitare le conseguenze dell’azione lesiva sui tessuti interessati dal trauma.
2) prevenire i danni futuri.
3) restituire il più rapidamente possibile l’atleta alle competizioni nel rispetto dei tempi di guarigione biologica.

FASE INIZIALE
Lo scopo in prima fase è  di limitare e circoscrivere il danno tessutale e combattere il dolore.
Sul dolore si deve agire immediatamente diremmo quasi contemporaneamente al trauma con:
a) infiltrazioni locali anestetiche (procaina, marcaina o simili)
b) crioterapia (ghiaccio, compresse fredde, anestetici di superficie)
c) postura corretta
d) elettro-terapia antalgica (badando o non provocare contrazioni muscolari); ionoforesi con sostanze analgesiche, antiflogistiche, antiaggreganti e fibrinolitiche.
Il trattamento sul dolore deve influire anche sulla contrattura muscolare e quando tale fenomeno è particolarmente marcato si utilizzano le tecniche manuali di rilassamento muscolare.
In questa fase iniziale, è importante tener presente che non sempre l’entità del dolore è sintomo di gravità della lesione.

FASE RIPARATIVA
a) ESERCIZI GRADUALI DI ALLUNGAMENTO prima passivi e poi attivi.
b) TECAR TERAPIA e LASERTERAPIA per migliorare il micro-circolo e stimolare i processi riparativi.
c)TERAPIA MANUALE E MASSOTERAPIA: dapprima distanti dal focolaio e successivamente anche sulla cicatrice.
d)CONTRAZIONI  CONCENTRICHE A BASSA SOGLIA DI ATTIVAZIONE.

IL RECUPERO FUNZIONALE
A cicatrice formata ed a stabilità articolare acquisita inizia la fase di recupero funzionale  che si propone di:

  • RICOSTRUIRE IL TROFISMO MUSCOLARE
  • RECUPERARE LA FORZA MUSCOLARE
  • RIPROGRAMMARE LO SCHEMA MOTORIO

Insegnare al paziente esercizi comprendenti CONTRAZIONI ECCENTRICHE può aiutare l’atleta a prevenire ulteriori ricadute.

DIEGO MARUTTI

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LA SINDROME DELLA BANDELLETTA ILEO-TIBIALE (GINOCCHIO DEL CORRIDORE)

La sindrome della bandelletta ileotibiale, conosciuta anche come “ginocchio del corridore”, consiste in un processo di infiammazione della zona ileotibiale, che è situata nella fascia laterale del femore e riveste i muscoli della coscia.La funzione principale della bandelletta ileo tibiale è quella di dare stabilità alla componente antero-laterale del ginocchio. Quindi è una patologia del ginocchio che risulta essere molto diffusa fra gli sportivi e colpisce soprattutto i podisti (da qui il nome “ginocchio del corridore”), ma anche i pallavolisti, i calciatori e i giocatori di basket.

La sindrome del ginocchio del corridore si manifesta attraverso un dolore continuo, non acuto, che è localizzato nella zona laterale/esterna del ginocchio; il dolore tende ad aumentare quando si piega il ginocchio e il livello massimo di dolore si raggiunge con una flessone di 30°.

In questa patologia, il dolore al ginocchio esterno inizia a manifestarsi dopo un periodo iniziale di allenamento intensivo e poi tende a diminuire quando si tiene l’arto a riposo.

Le cause di questa sindrome posso esser anatomiche o attività sportiva-dipendenti.

FATTORI ANATOMICI:
– ginocchio varo (le classiche gambe a parentesi);
– varismo della tibia;
– piede pronato;
– epicondilo femorale pronunciato;
– sovrappeso (molto spesso è sottostimato, ma negli atleti risulta essere un fattore molto importante perché è legato all’aumento della massa muscolare).
FATTORI SPORTIVI:
– corsa su piani inclinati;
– lunghi percorsi;
– corsa su piani dove si alternano discese e salite;
– allenamenti intensi in periodi molto brevi;
– intensificazione e cambiamento degli allenamenti.

TRATTAMENTO

Una volta abbassati i livelli di infiammazione con ( Crioterapia, Tecarterapia, Laserterapia), bisogna analizzare le cause di tale sindrome, attraverso un attenta VALUTAZIONE POSTURALE che analizzi sopratutto:

  • APPOGGIO PODALICO( analisi dei carichi, valutazione scarpe/plantari utilizzati).
  • ALLINEAMENTO POSTURALE E ROM ARTICOLARE DI ANCA E GINOCCHIO E RACHIDE.
  • EVENTUALI SQUILIBRI MUSCOLARI DELL’ARTO INFERIORE.

Una volta individuata la causa si imposta un programma personalizzato di riarmonizzazione posturale, il quale può avvenire attraverso:

  • MANIPOLAZIONI OSTEOPATICHE( STRUTTURALI E FASCIALI).
  • TECNICHE DI RIARMONIZZAZIONE POSTURALE( MEZIERES, RPG).

Migliorata la sintomatologia dolorosa, è importante insegnare al paziente ESERCIZI DI AUTO-TRATTAMENTO, in modo da mantenere e migliorare i risultati ottenuti con la Terapia Manuale.

Infine, per evitare ricadute, è consigliabile riprendere l’attività sportiva con carichi di lavoro gradualmente crescenti.

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DIEGO MARUTTI

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