Curare con le Onde d’urto: Indicazioni terapeutiche e principi di funzionamento

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Cos’ è l’onda d’urto?

L’onda d’urto è essenzialmente un’onda acustica ad alta energia, frequentemente utilizzata in medicina a scopo diagnostico (ecografia) e terapeutico (fisioterapia). L’onda d’urto è un impulso singolo ad incremento pressorio molto rapido seguito da un decremento più lento. L’onda d’urto si diffonde attraverso i tessuti umani seguendo la legge dell’impendenza acustica cioè la differente capacità di ogni tessuto a riflettere l’onda acustica.

Quali patologie posso curare con le onde d’urto?

Questa metodica ha due principali campi di utilizzo:

  1. Traumatologia( Ritardi di consolidazione ossea, pseudoartosi)
  2. Tutte le patologia infiammatorie di muscolo e tendine:

 

  • tendinite della spalla (periartrite calcifica e non)
  • epicondilite ed epicotrocleite (gomito del tennista o gomito del golfista)
  • pubalgia
  • tendinite del gran trocantere
  • tendinite achillea (achillodinia)
  • sperone calcaneare (tallonite)
  • fascite plantare

Quali sono i dati statistici di guarigione?

Per quanto riguarda la guarigione dei ritardi di consolidazione delle fratture il successo si verifica nel 75% dei casi; per le tendiniti e tutte le infiammazioni dei tessuti molli l’incidenza di guarigione varia dal 70 al 90%.

Ci son delle controindicazioni?

Esistono delle controindicazioni come in qualsiasi trattamento medico. Tra le principali vi sono lo stato di gravidanza, l’età dello sviluppo nelle zone del corpo ove le cartilagini di accrescimento sono ancora attive, la presenza di pace-maker cardiaco.

Come si svolge la seduta?

Si identifica la regione dolorante , la membrana è posta sulla cute, quindi avviene la regolazione della pressione della membrana, impostazione della frequenza (fino a 240 colpi/min) e del livello d’intensità dell’onda d’urto.

Quali precauzioni deve seguire il paziente durante il trattamento?

Deve necessariamente evitare di sovraccaricare e di sollecitare eccessivamente la zona infiammata ed anche eseguire esercizi di mobilizzazione attiva delle articolazioni interessate non appena la riduzione del dolore lo consente. E’ importante l’associazione di una terapia del movimento o chinesiterapia per recuperare la normale funzione, soprattutto per quelle articolazioni come la spalla, il gomito, il ginocchio o la caviglia che maggiormente risentono dell’immobilizzazione.

Per info: 3476961027

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DIEGO MARUTTI

DOTT. IN FISIOTERAPIA

DOTT. IN SCIENZE MOTORIE

FORMAZIONE IN OSTEOPATIA

 

LA TECAR TERAPIA: CURARE CON IL CALORE

La Diatermia da contatto (nel gergo comune viene chiamata TecarTerapia  è una tecnologia che utilizza radiofrequenza, per curare in maniera molto efficace patologie dell’apparato muscolo-osteo-cartilagineo, andando a riattivare  i meccanismi autoriparatori già presenti normalmente nel nostro organismo.

Ciò che contraddistingue la tecarterapia rispetto alle altre terapie che sfruttano il calore, è il meccanismo di funzionamento in cui il calore non proviene da una sorgente esterna al corpo, ma proprio il passaggio della radiofrequenza determina una resistenza e quindi un calore “interno”.

CHE EFFETTI PRODUCE SUI TESSUTI LA TECAR?

1)EFFETTO NEURO-VASCOLARE: aumenta il flusso sanguigno, l’ossigenazione e il drenaggio linfatico ai tessuti.

2)EFFETTO NEURO-MUSCOLARE: rilassa la muscolatura.

3)EFFETTO NEURO-TROFICO: effetto rigenerante e riparativo.

PER QUALI PATOLOGIE E’ INDICATA?

La tecarterapia è indicata per la maggior parte delle patologie del sistema muscolo scheletrico come:

  • CERVICALGIE E CEFALEE MUSCOLO TENSIVE
  • PERIARTRITI SCAPOLO OMERALI
  • EPICONDILITI ED EPITROCLEITI
  • DISTORSIONI ARTICOLARI
  • SINDROMI DEL TUNNEL CARPALE
  • ALLUCE VALGO
  • ARTROSI
  • LOMBALGIE
  • TENDINITI
  • EDEMI
  • PROBLEMI LINFATICI

La tecarterapia è spesso abbinata a sedute di Terapia manuale o Osteopatia.

LA SEDUTA E’ DOLOROSA?

Ogni seduta è assolutamente priva di alcun dolore. In base  al tipo di problema, si potranno avere sedute in atermia (senza alcun calore) generalmente indicate nelle patologie vascolari (edemi sopratutto), oppure una leggera termia. Il tutto in maniera assolutamente gradevole senza sentire dolore.

QUALI SONO LE POSSIBILI CONTROINDICAZIONI?

-TUMORI

-PORTATORI DI PACEMAKER

-IN GRAVIDANZA

Per maggiori informazioni o per prenotare un trattamento visita l’area CONTATTI  del sito o chiama il numero: 3476961027

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DIEGO MARUTTI

Dott. in Fisioterapia

Dott. in Scienze Motorie

Formazione in Osteopatia

 

L’ERNIA DISCALE:” Un aiuto importante dall’Osteopatia”

Con il passare degli anni, i dischi della colonna vertebrale possono perdere flessibilità ed elasticità. I legamenti che circondano il disco diventano fragili e possono lacerarsi più facilmente. Un’ernia del disco  è una degenerazione del disco intervertebrale, il quale si rompe e spesso può causare una compressione sulle strutture circostanti (nervi, midollo).

SINTOMI
E’ possibile avere un’ernia discale senza saperlo, i dischi erniati o rigonfiati talvolta si mostrano nelle immagini spinali radiologiche di persone che non hanno sintomi di problemi al disco.

Alcune ernie del disco possono invece essere più dolorose, i più comuni segni e sintomi di un disco erniato sono:

SCIATICA: un dolore radiante, pungente, talvolta con formicolio e intorpidimento, che inizia nel gluteo e si estende lungo la schiena o il lato di una gamba.
DOLORE, intorpidimento o debolezza nella parte bassa della schiena e della gamba, o nel vostro collo, spalle, petto e braccio.
MAL DI SCHIENA o DOLORE ALLA GAMBA che peggiora quando si sta seduti, si tossisce o starnutisce.

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VALUTAZIONE E TRATTAMENTO OSTEOPATICI:

Sempre più pazienti si rivolgono all’ Osteopatia per risolvere od alleviare le problematiche correlate all’ ERNIA DISCALE.

L’approccio Osteopatico a differenza di molte altre metodiche Riabilitative è un approccio Olistico, che non cura il Sintomo, ma prende in considerazione tutte quelle riduzioni di movimento ( articolari, muscolari,fasciali, viscerali e craniali), che possono compromettere la funzionalità dell’ organismo.

L’Osteopata effettua un riequilibrio posturale attraverso una precisa conoscenza dell’anatomia, della biomeccanica e dei riflessi Neurofisiologici alla base del controllo posturale.

LA SEDUTA OSTEOPATICA:

  1. ANAMNESI: nella quale l ‘ Osteopata raccoglie informazioni su: DOLORE, FUNZIONALITA’ DELLA COLONNA, VISCERALE, E STORIA CLINICA DEL PAZIENTE.
  2. VALUTAZIONE: l’Osteopata effettua test Neurologici, Ortopedici, Osteopatici e Posturali per programmare e scegliere le tecniche di trattamento.
  3. TRATTAMENTO: Dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie l’Osteopata esegue tecniche muscolari, articolari, viscerali e cranio-sacrali con il fine di recuperare la mobilità dell’ organismo e ripristinare l’omeostasi corporea.

L’OSTEOPATA se la situazione lo richiede, può lavorare in equipe con FISIATRA, ORTOPEDICO, NEUROCHIRURGO e ANESTESIOLOGO per facilitare il percorso di recupero e migliorare la compliance al trattamento.

Qui di seguito un video esplicativo sulla’ ernia discale lombare:

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DIEGO MARUTTI

Dott. in Fisioterapia

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Formazione in Osteopatia

IL METODO MEZIERES: ”RIPROGRAMMARE LA POSTURA PER MIGLIORARE LA FUNZIONE”

Che cos’è il metodo Mezieres?

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Il metodo Mézières è un metodo di cura rivoluzionario , scoperto nel 1947 da Françoise Mézières. Essa ha visto, capito e, raffinato con pazienza il suo metodo, per farne lo strumento meraviglioso e così efficace che ha trasformato la nostra vita di terapisti e la vita di un numero incalcolabile di pazienti guariti…

Si può affermare che il metodo Mézières consiste nel trovare,nello squilibrio generale di tuta la nostra muscolatura, il muscolo o i muscoli contratti o raccorciati, nel lavorare questi muscoli nella loro manifestazione patologica per far allentare le tensioni e per ridargli la loro lunghezza originale, affinché il corpo possa ritrovare la sua forma armoniosa.

In cosa consiste il  trattamento?

Ciascuna seduta del Metodo Mézières inizia con l’osservazione del paziente. Considerato che il recupero della forza e dell’elasticità e la riduzione del dolore dipendono dal ripristino della buona morfologia, il bilancio sarà essenzialmente morfologico. Si comincia in piedi, poi piegati in avanti e infine sdraiati supini per terra. Grazie all’osservazione, rapida e precisa, il terapeuta ha già una visione sintetica delle asimmetrie del paziente e delle difficoltà che potrà incontrare. Ha inizio così il trattamento: una successione di posture, proposte dal terapeuta e mantenute dal paziente. Lo scopo delle posture è di allungare le catene muscolari facendo riferimento alla forma perfetta. Lo stiramento dei muscoli provoca però un certo disagio e quindi il corpo, in maniera del tutto incosciente, mette in atto tutta una serie di “compensazioni” per evitare l’allungamento che spesso si esprime in una sensazione di dolore. Si tratta di un dolore da stiramento muscolare che i pazienti descrivono come “un dolore che si sente che fa bene”.

Le tre squadre di Mézières

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Le diverse posture che vengono proposte al paziente vengono indicate a seconda delle deformazioni del soggetto e delle modalità di compensazione che egli stesso utilizza per proteggerle. Non esistono quindi delle posizioni standard. Non esiste nessuna ricetta, solo alcuni principi di base. In effetti ogni patologia ha una modalità di espressione simile: i sintomi della sciatalgia, ad esempio, sono riconoscibili come il dolore forte al gluteo, nella parte posteriore della coscia, laterale della gamba ecc.. L’accorciamento che provoca il dolore, però, si manifesta spesso in maniera diversa, perciò, due persone, con lo stesso dolore, ma con deviazioni dalla “forma” normale differenti, avranno bisogno di due sedute diverse.
In ogni seduta il terapeuta deve inventare, creare su misura una sequenza organizzata di esercizi posturali in funzione della situazione che si presenta.

Per quali patologie è indicato il metodo Mezieres?

Il Metodo Mézières, in particolare, è indicato per normalizzare tutti i problemi osteo-muscolo-articolari ed ha come campo di applicazione quello della patologia funzionale:

Vertebrale: lombalgie, lombo sciatalgie, cervicalgie, cervicobrachialgie, etc..
Articolare: periartrite scapolo-omerale, coxartrosi, gonartrosi
Muscolare: sindrome degli scaleni, sindrome dello stretto toracico superiore, sindrome dell’angolare.
Dismorfica: iperlordosi, ipercifosi, ginocchia valghe/vare, piede piatto/cavo
Viene indicato, inoltre, per gli sportivi per la prevenzione di contratture, stiramenti, strappi, tendiniti e inoltre trova applicazione nell’ambito della medicina preventiva.

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Può essere inoltre abbinato ad approcci manuali olistici come l’ Osteopatia o la Chiropratica.

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DIEGO MARUTTI

Dott. in Fisioterapia

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Formazione in Osteopatia

OSTEOPATIA E PEDIATRIA: INDICAZIONI PER L’USO

OSTEOPATIA E PEDIATRIA

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L’osteopatia pediatrica è il caso più reale di medicina preventiva. È la terapia elettiva per il neonato che subisce in caso di nascita naturale il trauma da parto, in caso di cesareo invece permette la riattivazione da parte dell’osteopata del Meccanismo di Respirazione Primario. L’osteopata si prende cura del bambino considerandolo come un’unica unità funzionale di corpo, emozioni, mente e spirito.
Ecco l’importanza che in molti altri paesi del nord Europa viene data al ruolo dell’osteopata fin dalla sala parto a fianco all’ostetrica, assistendo alla dinamica del parto per poi verificare, nell’immediato, se la dilatazione e la contrazione delle ossa del cranio, che sono collegate al sacro, avviene rispettando i limiti fisiologici.

PERCHE’ PORTARE UN BAMBINO DALL’OSTEOPATA?
“I tessuti posseggono una loro memoria” e tutto rimane impresso. Per questo è importante l’osteopatia nei bambini, perché evita che le disfunzioni si strutturino.
Il passaggio della testa del feto lungo il canale del parto determina un modellamento delle ossa craniche ed uno stimolo meccanico essenziale per uno sviluppo regolare e di tutto il corpo. Se questo viene a mancare, come in caso di parto cesareo, l’intervento dell’osteopata può rendersi necessario per favorire una crescita più corretta possibile. La pressione subita dal cranio al momento della nascita può rappresentare un fattore determinante per l’ossificazione delle ossa craniche. Inoltre la compressione che il cranio riceve, nel passaggio dal canale pelvico, può creare irritazioni dei nervi cranici del neonato. In età fetale il bambino possiede una grande malleabilità delle ossa del cranio e, a causa dell’espulsione e delle enormi pressioni cui è sottoposta la testa durante la nascita, questi può subire una deformazione del cranio stesso. Si spiega infatti come, per via di un difficile travaglio ad esempio, molti neonati hanno una forma strana del cranio (ad esempio un cranio allungato, naso più schiacciato, occhio più chiuso…). Spesso le deformazioni del cranio durante l’espulsione nel tempo vengono riassestate completamente. Talvolta questo processo non si verifica in maniera completa se la nascita è stata difficoltosa, con conseguenti alterazioni di mobilità di alcune ossa craniche, non ancora saldate, e la possibilità quindi di sviluppare disfunzioni a carico del sistema visivo e occlusale. I tessuti conservano spesso le asimmetrie delle pressioni e stiramenti subiti. Ogni regione del corpo può essere lesa e a causa dell’interdipendenza, ogni disequilibrio si ripercuote a distanza.

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Nel parto cesareo, a causa del gioco di pressioni, si possono riscontrare problemi. Vi è una notevole pressione all’interno della pancia ed una pressochè nulla nell’ambiente esterno. Il feto, durante il passaggio diretto dall’ambiente fetale al mondo esterno, è sottoposto ad una forza come di trazione del cranio in senso trasversale ed una successiva difficoltà di adattamento alle nuove pressioni.
In entrambi i tipi di parto se l’adattamento fisiologico del cranio non avviene l’osteopata interviene per riequilibrarlo e per permettere una migliore fisiologia, eliminando le disfunzioni ed evitando che queste si possano manifestare in futuro. A seconda della disfunzione cranica presente, nel bambino possono infatti manifestarsi successivamente problematiche specifiche. Allergie, asma, faringiti, riniti, sinusiti, otiti, adenoiditi, difficoltà respiratoria possono essere legate ad un’alterazione del movimento delle ossa del cranio o di una scorretta mobilità del diaframma toracico.
La presenza di disturbi del sonno, suzione difficoltosa, rigurgiti, difficoltà a deglutire, agitazione e irritabilità, coliche possono essere legate ad una tensione o compressione delle suture o dei tessuti membranosi intracranici che tendono a creare un’irritazione di strutture nervose alla base del cranio. Le alterazioni a carico della colonna e del sacro possono dare luogo a manifestazioni posturali che si evidenzieranno durante la crescita come scoliosi, dismetrie e dimorfismi degli arti inferiori (ginocchia vare, valghe, alterazioni dell’arco plantare).
La presenza di emicranie, cefalee, strabismo, cattive occlusioni possono essere legate a lesioni o tensioni delle membrane intracraniche o cranio-sacrali.

IN COSA CONSISTE IL TRATTAMENTO OSTEOPATICO?

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Sono svariate le tecniche e gli approcci che l’osteopata ha a disposizione. In particolare in pediatria si utilizza un approccio cranio-sacrale ,ovvero un metodo gentile, non invasivo ed efficace trattamento manuale. L’osteopata controlla il ritmo cranio-sacrale con entrambe le mani e attraverso manovre molto dolci (la forza inferiore ai 3 grammi) riequilibra cranio e sacro. Alcune volte i bambini liberano le loro emozioni o piangono durante i trattamenti, ma le tecniche non fanno alcun male ai bimbi. L’osteopatia tratta il paziente e non la malattia. L’intenzione è quella di ripristinare l’integrità strutturale e la continuità dei fluidi. Solo allora il corpo potrà mettere in atto il suo potere d’autoguarigione.
Il neonato subisce un trauma durante il passaggio nel canale del parto. Può capitare che il cranio si presenti leggermente allungato o deviato. Questo non rappresenta una patologia ma, se naturalmente durante i primi giorni di vita extrauterina il cranio non riprende la normale forma, le mani dell’osteopata possono aiutare a riportare la forma del cranio in una situazione più fisiologica. Inoltre l’intervento osteopatico può prevenire atteggiamenti scoliotici, malocclusioni, ed aiutare patologie visive come lo strabismo.
Dopo una preventiva osservazione del bambino si procede al trattamento dei disturbi funzionali, volto ad alleviare, laddove ci fossero, tensioni alla colonna vertebrale oppure a valutare che il movimento delle ossa craniche sia buono. L’azione dell’osteopata non si limita alla correzione di un osso in rapporto ad un altro, egli cerca di restituire ai differenti tessuti le proprie funzioni una delle quali è la possibilità di rispondere alle sollecitazioni circostanti. Nel bambino il sacro, lo sterno e l’occipite non sono completamente ossificati, il tessuto osseo che forma i centri di ossificazione è molto malleabile e la trama ossea non ha ancora raggiunto la sua densità massimale. L’utilizzo della ventosa può cambiare stiramenti sulla dura madre e fasciali, responsabili di disequilibri vertebrali.
In generale la possibilità di curare sin dalla primissima infanzia malformazioni, scompensi della struttura ossea e disfunzioni dell’apparato membranoso e legamentoso può evitare dolorosi e lunghi percorsi di cura una volta adulti. Sin dalla vita intrauterina il neonato può aver subito dei danni che hanno provocato delle disfunzioni, e le sue dinamiche spesso lasciano lesioni che non si risolvono spontaneamente. Se durante la gravidanza la mamma soffre di lombalgie, sciatalgie, tensioni addominali è molto probabile che tutte le strutture coinvolte non riescano a compensare le richieste di un continuo adattamento dato dalla crescita del feto. Il bacino non si predispone nella migliore condizione per affrontare il parto e ciò può provocare compressioni anomale e asimmetriche al futuro neonato ancora prima di nascere.

DIEGO MARUTTI

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QUANDO IL GINOCCHIO FA CRACK: LA LESIONE DEL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE

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Il ginocchio è un articolazione che presenta una biomeccanica  complessa. Il suo corretto funzionamento dipende da quattro legamenti primari, ma anche da numerosi muscoli, tendini e legamenti secondari.

la stabilità antero- posteriore è data dal LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE e dal LEGAMENTO CROCIATO POSTERIORE; come suggerisce il loro nome questi legamenti decorrono e si incrociano all’interno dell’articolazione femoro-tibiale.

CAUSE DI LESIONE LEGAMENTOSA:

Le lesioni legamento a livello del LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE sono sempre consequenziali ad una distorsione articolare, la quale può a sua volta essere:

  • DISTORSIONE TRAUMATICA: comprende tutti i traumi da contatto (calcio,rugby,incidenti stradali, ecc.)
  • DISTORSIONE ATRAUMATICA: causata da repentini cambi di direzione (sci, calcio, basket, ecc.)

Possono inoltre esistere fattori predisponenti come:

  • Lassità capsulo-legamentosa
  • Terreni sconnessi o calzature inadeguate all’attività svolta
  • Squilibri muscolari fra Quadricipite e Flessori del ginocchio.

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SINTOMI:

  • DOLORE, CALORE, GONFIORE(prime 48/72 H dall’evento distorsivo)
  • DIFFICOLTA’ NELLA DEAMBULAZIONE
  • SENSAZIONE DI INSTABILITA’:soprattutto nel far le scale ed accovacciarsi.

VALUTAZIONE DIAGNOSTICA:

  • TEST CLINICI:Lachman, Jerk test, Lelli
  • RISONANZA MAGNETICA

TRATTAMENTO: QUANDO OPERARE???

La scelta sul tipo di terapia( Conservativa o Chirurgica) deve tener conto di numerosi elementi:

  • ETA’
  • GRADO DI LESIONE DEL LEGAMENTO e presenza di lesioni associate (Menischi, altre lesioni legamentose)
  • SPORT PRATICATO/ ATTIVITA’ LAVORATIVA SVOLTA

TIPOLOGIE DI INTERVENTO:

Sono essenzialmente 3:

-Ricostruzione con tendini del semitendinoso (ST) e gracile (GR) autologo;
-Ricostruzione con tendine rotuleo autologo;
-Ricostruzione con allograft (tendine da donatore).

RIABILITAZIONE E TEMPI DI RECUPERO:

A seconda del tipo di tecnica utilizzata e della possibile associazione di altre procedure (sutura meniscale, trapianto meniscale, riparazione della cartilagine, ricostruzione di altri legamenti) alla ricostruzione di LCA viene consigliato o meno un tutore nel post-operatorio. Quasi sempre l’uso di stampelle viene protratto per circa 4 settimane.

Lavori sedentari possono essere ripresi dopo circa 3 settimane, mentre è necessario attendere dai 2 ai 3 mesi per riprendere lavori pesanti.

La riabilitazione inizia già in seconda giornata, mentre si protrae mediamente per 6 mesi, alternando fisioterapia , palestra e piscina. Una volta recuperata l’articolarità, la forza e la coordinazione muscolare si può ricominciare l’attività sportiva sul campo.

Vi lascio con un bellissimo video esplicativo prodotto da un mio paziente e riguardante tutte le fasi riabilitative dal primo al sesto mese.

DIEGO MARUTTI

Dott. in Fisioterapia

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LA TENDINITE ROTULEA: DEFINIZIONE,CAUSE E RIMEDI

xpatellartendonitis-211x300-jpg-pagespeed-ic-mobkocxexeDefinizione:

La tendinite è un’infiammazione a carico di un tendine e nella maggior parte delle volte è causata da sollecitazioni ripetute nel tempo che comportano una progressiva alterazione di queste strutture.

La Tendinite Rotulea:

Il tendine rotuleo collega la parte inferiore della rotula (distale) alla porzione prossimale della tibia ed è la prosecuzione del tendine quadricipitale; la sua funzione è quella di trasmettere la forza del muscolo quadricipite alla tibia e di estendere il ginocchio. Questa struttura è frequentemente interessata da processi infiammatori e i soggetti più a rischio sono gli sportivi che praticano sport di lancio come pallavolo, basket, calcio, tennis, in cui si ha una stimolazione continua e spesso improvvisa del tendine; questa patologia può spesso interessare anche persone che trascorrono molte ore in macchina come gli autotrasportatori.

Sintomi della tendinite rotulea:

-Dolore localizzato a livello della parte bassa della rotula che aumenta con lo sforzo e in particolare a seguito di salti e movimenti ripetuti; il dolore, se non trattato, può diventare sempre più frequente fino a comparire anche a riposo.

-Gonfiore, rossore, calore

-Difficoltà nell’estendere la gamba.

Trattamento:

Diagnosticata la tendinite, è necessario sospendere l’attività fisica per un periodo programmato a seconda del sintomo; in fase acuta vengono somministrati anti-infiammatori non steroidei (FANS) e nelle prime 24-48 ore è inoltre consigliata l’applicazione di una borsa di ghiaccio più volte al giorno per 10-15 minuti.

Fin dai primi giorni può essere fatto uno stretching dei muscoli posteriori della coscia (ischiocrurali), mentre gli esercizi di potenziamento della gamba interessata possono essere iniziati appena il dolore si riduce e solo dopo aver consultato il medico. Per favorire la guarigione dalla tendinite del ginocchio, il medico può prescrivere terapie accessorie come Onde d’urto, Laserterapia, ipertermia, e sopratutto Tecar.

Normalmente una tendinite al ginocchio si risolve nel giro di qualche settimana. Il ricorso all’intervento chirurgico è piuttosto raro e limitato ai casi in cui la tendinite cronicizza senza rispondere adeguatamente al trattamento riabilitativo. L’intervento chirurgico viene eseguito in artroscopia e prevede l’incisione di una specifica zona del tendine che ne stimolerà la rigenerazione spontanea.

DIEGO MARUTTI

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L’IMPORTANZA DELLE SCARPE DA RUNNING: CONSIGLI PER L’USO

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Le scarpe running sono la scelta più importante che un corridore deve effettuare, pertanto fra i tanti modelli disponibili sul mercato, è fondamentale individuare quello in grado di adattarsi al meglio alle tue caratteristiche ed al tuo modo di correre.

Innanzitutto ti sarà utile sapere che le scarpe da corsa si dividono solitamente in 7 categorie principali:

1. Minimaliste A0
Scarpe estremamente leggere, generalmente pesano dai 150/300 gr e sono progettate per favorire il movimento naturale delle articolazioni del piede. Garantiscono una posizione biomeccanica ottimale del piede e contribuiscono a correggere alcuni problemi di postura.

2. Superleggere A1
Pesano meno di 250 gr. e sono indicate per gare e allenamenti a ritmo sostenuto grazie alle doti di flessibilità e ritorno elastico. Consigliate a runner veloci e leggeri senza problemi di appoggio.

3. Intermedie A2
Modelli di peso compreso tra 240 e 295 gr. che garantiscono in generale un buon livello di ammortizzamento. Utilizzabili in allenamenti veloci o in gare dal ritmo moderato, possono presentare leggeri stablizzatori mediali per il controllo della pronazione.

4. Massimo ammortizzamento A3
Calzature dal peso che supera i 300 gr. in grado di offrire il massimo comfort grazie all’elevato potere ammortizzante. Molto diffuse come scarpe da allenamento, sono normalmente utilizzate da runner con appoggio neutro o supinato o da chi usa plantari personalizzati.

5. Stabili A4
Scarpe create appositamente per correggere i problemi di eccessiva pronazione, pesano generalmente oltre i 300 gr. e garantiscono ottime doti di sostegno, protezione e stabilità. Consigliate per pronatori e atleti pesanti.

6. Trail Running A5
Scarpe di peso leggero, molto traspiranti e spesso impermeabili, con suole specifiche per affrontare tracciati sconnessi e di montagna, in grado di assorbire al meglio gli impatti con il terreno e garantire la massima tenuta in discesa e in frenata.

7. Chiodate – Specialistiche A8
Questa categoria include i modelli da campestre e quelli utilizzati nelle diverse specialità su pista. Caratterizzati da volumi e pesi ridotti e da chiodi sull’avampiede (6mm; 9,5 mm, 12 mm) a seconda dell’utilizzo.

E’ anche importante ricordare che  le scarpe da running non sono eterne, anche se molti sportivi le ritengono tali solo “perché non si rompono”. Mediando i consigli degli esperti, si può sostenere che la relazione fra durata di una scarpa e la sua tipologia sia attualmente la seguente:

A1 – da 150 a 300 km
A2 – da 250 a 500 km
A3/A4 – da 500 a 1.000 km.

Quindi la durata di una scarpa da running non può superare i 1.000 km. Questa distanza si può convenzionalmente assumere come distanza critica: è una distanza massima che può ulteriormente diminuire in particolari circostanze.

Tomaia, suola, intersuola – I sistemi di ammortizzamento e i materiali impiegati dalle aziende leader permettono oggi di dire che se uno dei tre componenti esterni della scarpa si degrada troppo presto, il modello è decisamente sbagliato rispetto al runner. In altri termini, se la tomaia si fora, se dopo 100-200 km l’intersuola non è più reattiva o se il battistrada è decisamente usurato prima della distanza critica, dovete probabilmente rivolgervi a un altro tipo di scarpa.

I materiali con cui sono costruite le scarpe possono essere meccanicamente molto resistenti, ma termicamente lasciano un po’ a desiderare. Il poliuretano è sensibile alle basse temperature, mentre il gel alle alte. Idealmente la temperatura della scarpa dovrebbe stare fra i 5 e i 25 °C, ma, anche se il runner osserva questo intervallo, non si può essere certi che lo stoccaggio nei magazzini prima della vendita non abbia fatto danni. Per questo motivo vecchi modelli dati in offerta possono essere molto più “rischiosi” di modelli appena usciti sul mercato.

Lavaggio e asciugatura – L’impiego della scarpa d’inverno o d’estate in genere non è particolarmente stressante perché raramente si corre con temperature veramente critiche (sotto zero o sopra i 35 °C); di solito è più stressante il lavaggio. Le scarpe andrebbero lavate a mano con acqua fredda e fatte asciugare a temperatura ambiente, semmai in luogo ventilato. Il lavaggio in lavatrice (anche a 30 °C) è sconsigliato (soprattutto se segue un’asciugatura vicino a fonti di calore non sufficientemente schermate) e andrebbe utilizzato solo dopo la fine della vita come scarpa da running, per utilizzarla in seguito come normale scarpa da passeggio.

Sovrappeso – Il sovrappeso dell’atleta (IMC superiore a 22 per gli uomini e a 20 per le donne) accorcia la vita della scarpa almeno di un 20%. Poiché gran parte dei runner amatoriali è in sovrappeso, ben si comprende come la distanza critica debba essere sovente ridimensionata. Nota: in realtà si dovrebbe considerare il peso dell’atleta relativamente al numero utilizzato. Infatti a parità di peso sono fortunati i runner che usano numeri più alti, cioè hanno piedi più grandi!

Scarpe da gara – Le scarpe da gara (superleggere o intermedie) subiscono un notevole ridimensionamento della durata. Oltre a perdere il potere ammortizzante, decadono velocemente come prestazioni, tanto che dopo 500 km l’atleta può perdere fino a 2-3″/km, 20-30″ su un 10000 m.

BUONA CORSA A TUTTI I RUNNER AMATORIALI E I PRO CHE LEGGERANNO L’ARTICOLO!!!

DIEGO MARUTTI

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OSTEOPATIA E SPORT: ”QUANDO MIGLIORARE IL MOVIMENTO AIUTA A VINCERE”

 

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‘’C’è un evidente rapporto tra il movimento e la salute’’ (A.T.Still)

Negli ultimi anni la figura dell’ Osteopata è entrata prepotentemente negli staff di molte squadre sportive  e non. Moltissimi atleti professionisti e non in tutto il mondo e in tutti gli sport si avvalgono di trattamenti osteopatici.

Lo scopo di questo articolo è di spiegare in poche righe l’utilità dell’ Osteopata al servizio dello sport.

L’Osteopata in equipe con fisioterapista e preparatore atletico, può supportare l’atleta di qualsiasi livello e categoria per:

Prevenzione degli infortuni.
-Supporto in un gran numero di patologie dello sport.
-Miglioramento performance e rendimento.
-Preparazione alle competizioni.

La manipolazione osteopatica, attraverso tecniche dolci riduce le tensioni e gli attriti  migliorando gli scorrimenti delle fasce muscolari e prevenendone l’usura.

Un sistema che si muove meglio diventa più efficiente ed economico durante l’esecuzione dell’attività sportiva.

Articolazioni  riescono a sopportare meglio carichi di lavoro intensi migliorando i tempi di recupero a parità di sforzo.

A  questo scopo il trattamento osteopatico risulta particolarmente indicato negli stati dolorosi, che sono la conseguenza di squilibri posturali non ancora evoluti in una vera e propria sindrome, quindi ancora recuperabili velocemente:
I dolori alla schiena possono peggiorare, se non trattati preventivamente, in protrusioni, sciatalgie ed ernie lombari.
Un’infiammazione a livello cervicale può evolvere in ernia cervicale, torcicollo e/o cefalea.
Difficoltà digestive possono condurre a gastriti, sindrome da reflusso, colon irritabile

Patologie da sport
Il trattamento osteopatico è indicato come terapia di supporto in tutte le più frequenti patologie in ambito sportivo: distorsioni, stiramenti, contratture, pubalgie, tendiniti, epicondiliti, strappi muscolari.

In cosa consiste il trattamento?

L’ Osteopata dopo un’attenta anamnesi esegue test Ortopedici, Posturali, Neurologici ed Osteopatici con il fine di individuare la causa prioritaria di Disfunzione.

Successivamente con tecniche di manipolazione ad alta velocità (thrust), tecniche manuali su muscoli-articolazioni, tecniche viscerali e fluidiche elimina i blocchi alla base delle problematiche posturali del soggetto.

Infine può insegnare all’atleta degli esercizi specifici per mantenere e migliorare i risultati ottenuti con il trattamento.

DIEGO MARUTTI

DOTT. IN FISIOTERAPIA

DOTT. IN SCIENZE MOTORIE

FORMAZIONE IN OSTEOPATIA

 

 

LE LESIONI MUSCOLARI NELLO SPORT

Italian defender Giorgio Chiellini (R) i

Le lesioni muscolari sono tra gli eventi traumatici più frequenti nella pratica sportiva agonistica e amatoriale(tra il 10 ed il 30% di tutti i traumi da sport).

Non è facile considerare una classificazione univoca delle lesioni muscolari, poiché vi sono doversi criteri che devono essere presi in considerazione.

CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI 
Lesioni muscolari da trauma diretto:implicano l’esistenza di una forza agente direttamente dall’esterno (Contusioni ecc.).
Lesioni muscolari da trauma indiretto: chiamano in causa forze lesive intrinseche, che si sviluppano nell’ambito del muscolo stesso o dell’apparato locomotore.

CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA DIRETTO
1. lesione muscolare di grado lieve: è consentita oltre la metà dello spettro di movimento;
2. lesione muscolare di grado moderato: è concessa meno della metà, ma più di 1/3 dello spettro di movimento;
3. lesione muscolare di grado severo: è permesso uno spettro di movimento inferiore ad 1/3.

2. CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI DA TRAUMA INDIRETTO:

1. Contrattura.
Si manifesta con dolore muscolare che insorge quasi sempre a distanza dall’attività sportiva, con una latenza variabile (dopo qualche ora o il giorno dopo), mal localizzato e in assenza di lesioni anatomiche evidenziabili macroscopicamente o al microscopio ottico (criterio anatomo patologico).

2. Stiramento.
È sempre conseguenza di un episodio doloroso acuto, insorto durante l’attività sportiva, il più delle volte ben localizzato, per cui il soggetto e costretto ad interrompere l’attività, pur non comportando necessariamente un’impotenza funzionale immediata, e del quale conserva un preciso ricordo anamnestico (criteri anamnestico e sintomatologico). La conseguenza sul piano clinico è rappresentata dall’ipertono del muscolo, accompagnato da dolore.

3. Strappo.
Si manifesta con dolore acuto, violento che compare durante l’attività sportiva, attribuibile alla lacerazione di un numero variabile di fibre muscolari. Lo strappo muscolare è sempre accompagnato da uno stravaso ematico, più o meno evidente a seconda dell’entità e della localizzazione della lesione e dall’integrità o meno delle fasce. La distinzione in gradi viene riferita alla quantità di tessuto muscolare lacerato (criterio anatomo-patologico) e comprende:
strappo di I grado: lacerazione di poche miofibrille all’interno di un fascio muscolare, ma non dell’intero fascio;
strappo di Il grado: lacerazione di uno o più fasci muscolari, che coinvolge meno dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto;
strappo di III grado: rottura muscolare, che coinvolge più dei 3/4 della superficie di sezione anatomica del muscolo in quel punto e che può essere distinta in parziale (lacerazione imponente, ma incompleta della sezione del muscolo) o totale (lacerazione dell’intero ventre muscolare).

RIABILITAZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI

Il trattamento riabilitativo dell’atleta infortunato ha lo scopo di:

1) limitare le conseguenze dell’azione lesiva sui tessuti interessati dal trauma.
2) prevenire i danni futuri.
3) restituire il più rapidamente possibile l’atleta alle competizioni nel rispetto dei tempi di guarigione biologica.

FASE INIZIALE
Lo scopo in prima fase è  di limitare e circoscrivere il danno tessutale e combattere il dolore.
Sul dolore si deve agire immediatamente diremmo quasi contemporaneamente al trauma con:
a) infiltrazioni locali anestetiche (procaina, marcaina o simili)
b) crioterapia (ghiaccio, compresse fredde, anestetici di superficie)
c) postura corretta
d) elettro-terapia antalgica (badando o non provocare contrazioni muscolari); ionoforesi con sostanze analgesiche, antiflogistiche, antiaggreganti e fibrinolitiche.
Il trattamento sul dolore deve influire anche sulla contrattura muscolare e quando tale fenomeno è particolarmente marcato si utilizzano le tecniche manuali di rilassamento muscolare.
In questa fase iniziale, è importante tener presente che non sempre l’entità del dolore è sintomo di gravità della lesione.

FASE RIPARATIVA
a) ESERCIZI GRADUALI DI ALLUNGAMENTO prima passivi e poi attivi.
b) TECAR TERAPIA e LASERTERAPIA per migliorare il micro-circolo e stimolare i processi riparativi.
c)TERAPIA MANUALE E MASSOTERAPIA: dapprima distanti dal focolaio e successivamente anche sulla cicatrice.
d)CONTRAZIONI  CONCENTRICHE A BASSA SOGLIA DI ATTIVAZIONE.

IL RECUPERO FUNZIONALE
A cicatrice formata ed a stabilità articolare acquisita inizia la fase di recupero funzionale  che si propone di:

  • RICOSTRUIRE IL TROFISMO MUSCOLARE
  • RECUPERARE LA FORZA MUSCOLARE
  • RIPROGRAMMARE LO SCHEMA MOTORIO

Insegnare al paziente esercizi comprendenti CONTRAZIONI ECCENTRICHE può aiutare l’atleta a prevenire ulteriori ricadute.

DIEGO MARUTTI

DOTT. IN FISIOTERAPIA

DOTT. IN SCIENZE MOTORIE

FORMAZIONE IN OSTEOPATIA